Flora e fauna
Flora e fauna
Un tempo nel territorio "a monte", oltre che le vallate, erano coltivati i fianchi dei monti e delle colline e non di rado la zona delle colture raggiungeva le massime altezze arrivando, in alcuni casi, perfino alla sommità dei monti. Grano e granturco sono stati per secoli i cereali che hanno rappresentato il fondamentale mezzo di sussistenza della popolazione ai quali va aggiunta l'antica coltura del farro, già vera specialità e vanto della zona.Come si ricava dalla lettura degli statuti di Vallinfreda della metà del 1500, all'epoca veniva perfino incaricato un uomo per la guardia delle colture cerealicole: il "Vallano".
Oggi non c'è quasi più traccia di coltura cerealicola e i vigneti e i frutteti, già recinti e fiorenti, lasciati nel più completo abbandono, sono sommersi da enormi quantità di sterpaglia fra cui predomina incontrastato il biancospino. Le rose "canine" e i rovi cespugliano e colorano ampie zone. Solo qua e là si incomincia a intravedere qualche albero, come inizio di spontaneo rimboschimento ceduo. Il terreno, già slavacciato quando era coltivato, con l'insodirsi si riempie di radici dalle quali è trattenuto e su di esso crescono, coi cardi, oltre che la felce e la "turina", sempre più la "falasca" e altre erbe. Gli scoscendimenti si smussano e il sassame si ricopre di vegetazione, offrendo un aspetto per molti versi anche piacevole allo sguardo d'insieme: le famose "pratarine".
La rotondità delle cime, che dimostra la vetustità della catena, conferisce al paesaggio uno stato di riposante quiete cui l'aria frizzantina, mossa dal ponentino pomeridiano, dà un senso di vero sollievo nei mesi caldi della stagione estiva.
La zona del territorio sottostante l'abitato è ancora in parte piacevolmente coltivata, ricoperta di castagneti e inumidita da innumerevoli fossi. Il terreno, alluvionale, formatosi a poco a poco nel corso dei secoli coi detriti portati a valle dalle piene, è costituito da sabbie argillose fertilissime, assai adatte alla coltivazione di ogni genere di frutta e particolarmente di ortaggi e di patate e, un tempo, contenente anche piccole ma interessanti estensioni di canapaie, o "cannaine", come si dice in dialetto, per indicare le zone coltivate a canapa.
Non può essere dimenticato che una notevole parte del territorio, la più vicina al centro abitato, immediatamente dopo l'ultima guerra è stata rimboschita con conifere di ogni genere che oggi formano boschi meravigliosi e salutari che danno all'aria il caratteristico odore di resina. Questo è stato possibile grazie all'opera degli amministratori dell'epoca, e soprattutto del sindaco Vincenzo Bernardini, che caparbiamente ha desiderato e ottenuto l'impianto a Vallinfreda di un attrezzato vivaio provinciale di rimboschimento (oggi non più attivo) che ha distribuito, nel corso degli anni, migliaia e migliaia di piante a tutti i comuni del comprensorio dell'alta valle dell'Aniene ed oltre.
Chi, nelle scorribande montane, ha teso l'orecchio per ascoltare il tintinnìo delle campanelle appese al collo del bestiame bovino o il suono più robusto della campana del guidarello dei greggi dispersi a zona sulle balze erbose, "gliu iaréglio" se maschio, "la iarèlla" se femmina, frammisto ai frequenti belati tutti di timbro diverso, sicuramente nel profondo della sua sensibilità non può non aver fatto qualche considerazione sulla pace naturale che avvolge i momenti della libera pastura quotidiana. Il nitrito lontano dei cavalli echeggia squillante di tanto in tanto e si pone, con estrema eleganza, come elemento di forza e di vitalità. Il raglio stonato degli asini, meno liberi, e qualche muggito di richiamo di ancora traballanti vitelli, rompono, ma non interrompono, la quiete serena dei campi.
Ancora oggi tutto ciò si vede e si ascolta in ogni dove del vasto territorio definitivamente incolto e perciò lascito libero all'allevamento brado del bestiame, tuttavia non frammisto, ma attentamente separato in immense riserve intelligentemente studiate e realizzate.
Si ha quindi un allevamento praticato in forma esclusivamente estensiva con lo sfruttamento del pascolo su terreni di proprietà comunale e privata, che avviene, per la maggior parte dell'anno, allo stato brado con integrazione alimentare di fieno nella stagione fredda o quando il bestiame, nelle stagioni avverse, non riesce a sostenersi con il pascolo medesimo.
Allo stato attuale delle cose, si può considerare che il patrimonio bovino, ovino ed equino è leggermente aumentato negli ultimi anni, ma non in modo tale da riequilibrare quello più vitale degli anni quaranta, quando, essendo ancora una ragguardevole parte del territorio montano investito in cereali (grano, farro e granoturco), vigeva ed era obbligatoria la rotazione agricola che consentiva conseguentemente il rinnovo del cotico e la rotazione del pascolo.
Nondimeno, questa breve, quanto benefica ripresa, mostra l'attuale interesse della popolazione per l'esercizio remunerativo della zootecnica, che per questo e per la mancanza di mano d'opera agricola, ha assunto un ruolo di primo piano rispetto alle altre attività legate ai campi.
Il patrimonio bovino è costituito in prevalenza dalla razza Maremmana e da incroci derivanti dal meticciamento con altre razze (Bruna Alpina, Chianina, Romagnola) al fine di ottenere individui sempre più idonei alla produzione della carne.
Gli equini, ormai rappresentati quasi esclusivamente da cavalle e cavalli, essendo venute meno le condizioni agricole che ne imponevano l'allevamento, sono allevati in discreto numero e non sono riconducibili ad una razza ben definita, ma da ritenere comunque sempre derivanti dalla Maremmana; gli ovini, di razza quasi sempre Sopravvissana, sono nettamente in calo negli ultimi anni; sono inesistenti i caprini; l'allevamento sunicolo è definitivamente scomparso ed è lontano perciò il tempo del "patto d'amore" mai scritto tra la donna e il maiale, della minuziosa raccolta delle ghiande, dell'istituzione statutaria del "porcaro", della preparazione delle carni salate e insaccate in modo del tutto naturale.
Anche se graduale, la variazione floristica della zona, conseguente all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, ha determinato contemporaneamente una variazione faunistica, specialmente per ciò che concerne la selvaggina. Così, alla quaglia e alla starna, che un tempo i cacciatori locali, e spesso anche forestieri, attendevano immancabilmente all'appuntamento di mezz'agosto, ed alla lepre soprattutto, che prediligeva i freschi pascoli tra le abbondanti colture cerealicole, oggi è subentrata una varietà più rustica di uccelli e di animali di bosco che convivono benissimo e pressochè indisturbati entro gli estesissimi recinti in cui allo stato brado pascolano notevoli mandrie di bovini da un lato del territorio e di equini dall'altro. Questo stato di cose, ovviamente più naturale, consente anche il riprodursi di specie in via di estinzione e un magnifico ripopolamento che conferiscono all'intera zona quasi una riserva naturale pur senza i crismi dell'ufficialità. Naturalmente, accanto a queste varietà di selvaggina, ricompaiono i rettili, spesso innocui nei terreni montani, dove tuttavia convive anche la vipera il cui ambiente però più confacente resta quello a valle di Vallinfreda, dove si sente sempre più spesso anche il grugnito caratteristico del cinghiale che, immesso nel Bosco di Sésera o Macchia di Oricola, sconfina nella Macchia della Corte, sale verso i querceti dello Steccato e ceduo delle Coste, attraversa la strada provinciale in più punti e fa ogni tanto la sua comparsa nei territori montani.
Le acque non sono state mai tanto pescose a Vallinfreda, ciò non di meno guizza in esse qualche pesce nei tratti più profondi e lungo tutti i piccoli corsi è un susseguirsi di tane di ottimi gamberi, anche in quelli di montagna, là dove l'acqua è meno abbondante, ma pur sempre pura e cristallina.